
CAPITOLO I
Guardo il cielo puntinato di stelle. Luci di aerei nelle loro traiettorie. Soffia il vento. Non forte, ma freddo. Qui lo chiamano il vento francese. E’ il maestrale.
Mistral.
Profumo di Provenza. Color ocra e cielo blu. Lavanda. Criniere scomposte di cavalli in corsa. Il maestrale che scompiglia i capelli e Mistral che scompiglia il cuore. Solo ora, ricordandolo, li accomuno.
Era arrivato in una giornata che soffiava il maestrale. Sono supplente maestra di una piccola scuola e lì le notizie arrivavano presto diffondendosi con una velocità impensabile. Così avevo saputo che era arrivato una specie di zingaro solitario. Venuto dal nord-ovest, dicevano. Faceva notizia, uno straniero, come in tutte le piccole comunità.
L’ho visto la prima volta attraversare la piazza: capelli castano chiaro un po’ lunghi, abbastanza alto. Una bella figura, insomma. La seconda volta al bar “L’Orient” e lì, ho visto il suo sguardo negli occhi verdi. Sguardo dolce come può esserlo quello di un rapace. Inquietante. Qualcosa in lui mi attraeva febbrilmente. Non era quella che si può definire una bellezza nell’ampio senso della parola. Eppure è stato il mio pensiero fisso fin da subito. Ci siamo incontrati casualmente altre volte. Ci si guardava incuriositi. Non un gioco di sguardi vero e proprio. Solo curiosità. Ma il suo sguardo riusciva ad essere ad un tempo caldo e agghiacciante. Mi piaceva quella sua aria trasandata eppure dignitosa; ribelle eppure nobile; villano eppure colto; duro eppure dolce. Come fosse l’incarnazione del buono e del cattivo. Ecco cos’era che mi catturava in una malìa: quella sensazione di duplicità.
Un dì passavo per Rue de la Fontette quando improvvisamente sentii, mescolato a tutti i suoni e rumori della via, un fischio. Anzi, un fischiettare.
Non ci avevo fatto caso subito: la mia mente non lo aveva isolato e i miei timpani non l’avevano udito. La seconda volta che sentii mi pareva strano udirlo. Ma, ancora non mi ero voltata. Ero entrata in panetteria e, una volta in fila con le altre donne, pensai a quel fischiettare. Lo sentivo ancora nelle orecchie della mia memoria. Mi sorpresi a pensare che forse quel fischiettare poteva essere per me. No, impossibile! Chi mai avrebbe potuto richiamare la mia attenzione con un fischiettio?
Era il mio turno.
- “Due baguettes”
Non ci ho pensato più, ma quando sono uscita dal negozio ho visto Mistral, e non so per quale motivo, in quell’attimo, ho abbinato il fischiettare a lui. L’ho guardato e gli sono passata davanti. Abbassando lo sguardo perché non riuscivo a sostenere il suo che sentivo fermo su di me. Rabbrividii.

CAPITOLO II
E’ stato un martedì, lo ricordo bene. Era il mio giorno libero dalla scuola. Ero partita di buon’ora per andare a raccogliere la lavanda ad Aurel. Volevo fare un grande mazzo da porre al centro del tavolo e lasciare che il suo profumo si spandesse nella stanza e fare anche sacchettini da mettere nei cassetti.
Stavo china a raccogliere, avanzando passo passo quando lo vidi seduto in mezzo alle fila di lavanda.
Dapprima spaventata, poi sorpresa, infine curiosa. Colsi il suo nervosismo e un attimo di smarrimento. Durò poco, perché subito ridivenne padrone del suo tempo.
- “Salve”, dissi.
- “Salve”, disse.
- “Un bel posto dove stare seduti”… mi pareva una frase idiota.
- “Si”, rispose.
Si, vero, volevo aver qualcosa da dire per non andare via subito. Ma avevo una momentanea mancanza di argomenti. Così, passai oltre. Peccato, pensai. Avrei scambiato volentieri due parole. (Falsa!, inveiva la mia coscienza. Avresti attaccato bottone volentieri perché ti interessa questo individuo. E ti piace, anche.)
-“Perché non ti siedi un po’ e non ti godi il panorama? E’ tutto così tranquillo, qui”. Arrivò la sua domanda che per me era come manna dal cielo.
-“Beh, io… Perché no?” risposi, sentendomi avvampare il viso.
Mi sedetti al suo fianco, guardandolo sottecchi e senza sapere che dire. L’imbarazzo durò un istante, poi il panorama che avevo davanti mi catturò ed era così straordinariamente bello che l’unica cosa da fare, veramente sensata, era restare in silenzio.
-“I tuoi occhi sono stupendi. Come ti chiami?”, mi chiese dopo molto.
Trasalii: -“Veronique”.
-“Piacere: Mistral”.
-“Che ci fai da queste parti?”
-“Quello che faccio in ogni parte, dove vado”.
-“Ovvero?”
-“Guardo il panorama, guardo la gente e… dipingo”.
-“Ohh, un pittore!”, dissi sorpresa.
-“Si. Lo trovi strano?”
-“No, non strano. Inusuale. Non è facile incontrare pittori. E dipingi ciò che vedi? Gente, paesaggi…”
-“Si, in un certo senso. Ma più che gente e paesaggi, colori e luce”.
-“Posso vedere cos’hai dipinto da quando sei qui?”
-“Non ho fatto molto. Comunque se ti va… vieni domani pomeriggio in Rue Mirabeau. Ho affittato una stanza e lì finisco e tengo i miei lavori”.
Mi alzai: -“D’accordo. Allora, a domani”:
Sorrise. Ricambiai. Raccolsi il mio mazzo di lavanda e con il suo sguardo addosso percorsi il sentiero finché non fui fuori dal suo campo visivo.
L’indomani, sotto il sole delle quattro del pomeriggio, percorrevo Rue Mirabeau. Al numero cinque suonai. Mistral si era affacciato alla finestra facendomi segno di salire.
Era lì, sul pianerottolo del secondo piano che mi aspettava. Mi fece cenno di entrare. Non era una stanza. Era un appartamento, arredato sobriamente, dagli ampi volumi: sala da pranzo, salotto, cucina, bagno, camera da letto e un’altra stanza che fungeva da studio. L’unico vero disordine regnava fra i tubetti di colore e pennelli.
Mi ero soffermata presso le sue opere. Ne ero affascinata per la luce intensa, che emanavano. Come se, nei soggetti, avesse saputo cogliere l’essenza dell’anima.
-“Sono belli. Molto. E tutta questa luce…”
-“Sono contento che ti piacciano”.
Immagino che, per un artista, sentirsi dire che le cose che crea sono gradite sia piacevole ma, essere così contento che a me piacciano, mi pare eccessivo. In fin dei conti non sa nemmeno chi sono.
-“Sono contento, perché vorrei ritrarti”.
Abbozzo un sorriso. Sono confusa. Come? Ritrarre me? Una maestrina di paese… Così riesco a dire: -“Ne sono lusingata ma, con tutto il paesaggio che hai qui intorno e che vale la pena di dipingere…”
-“Non fare la modesta” mi dice con fare leggermente canzonatorio “Mi piace la tua luce. E’ quella, che vorrei dipingere”.
Una vampata e le mie gote sono rosso fuoco. Perché devo imbarazzarmi sempre così? Svio lo sguardo, anche perché ho notato qualcosa muoversi. Un gatto grigio dagli occhi gialli e il pelo fulvo, lento e sornione s’avvicina.
-“Hai un gatto! Adoro i gatti!”
-“Ti presento Lupin”.
Mi accuccio e attendo che s’avvicini, per accarezzarlo. E’ un gatto irresistibile e socievole che gode delle carezze della mia mano.
Mi rialzo e lui continua a strusciarsi fra le gambe.
-“Posso offrirti qualcosa da bere?”
-“Si grazie. Qualcosa di fresco; anche l’acqua va bene”.
-“Ho della birra in frigo. Accomodati pure.”
Mi siedo sul divano e Lupin mi segue. Mi si accomoda in grembo. Che caro gatto voglioso di coccole. Solo ora mi rendo conto che c’è della musica di sottofondo: Charles Aznavour, Com’è triste Venezia.
Mistral ritorna con le birre ghiacciate. Me ne offre una e si siede nella poltrona di fronte a me.
-“Ti fermerai molto qui?”
-“Non lo so ancora. Dipende da quanto la mia ispirazione pittorica resta sollecitata in questo luogo”.
Nella penombra della stanza sorseggio la birra mentre, con l’altra mano, continuo ad accarezzare Lupin che sembra intenzionato a non lasciarmi più.
Nella testa mi frullano una miriade di domande: vorrei sapere molto sul suo conto, ma mi trattengo per non essere un’ospite indiscreta e invadente.
-“Quando saresti disponibile?”
-“Scusa?” domando. Non ero attenta, stavo pensando ad altro. Disponibile?
-“Volevo sapere quando puoi essere disponibile. Grosso modo i tuoi orari, per ritrarti. Vorrei cominciare presto”.
-“Ah, si. Certo. Il ritratto. Si…Dunque, fammi pensare…”
-“Non voglio infastidirti. Quando sei libera. Senza problemi. Pomeriggio, sera. Quando vuoi”.
-“Il pomeriggio potrebbe andare bene, non ho scuola. Ho impegni solo il giovedì pomeriggio”.
-“Bene. Allora potremmo cominciare lunedì?”
-“Si, va bene. A che ora?”
-“Alle due?”
-“Alle tre sarebbe meglio. Torno da scuola, mangio qualcosa, riordino e arrivo. Ok?”
-“Si, va bene. Guarda che sei vuoi possiamo fare anche più tardi”.
-“No, no… va bene… alle tre, va bene”.
Si alza, va a prendere un blocco per schizzi, una matita e comincia a tracciare segni.
-“Solo un abbozzo. Così, intanto lo studio. Non è nemmeno necessario che tu stia in posa.”
Eppure, mentre accarezzo Lupin, ormai un gesto meccanico, resto immobile. E in silenzio. Quasi che le parole potessero spezzare i suoi segni sul foglio. Lo osservo: la testa china e l’occhio assorto. In questo momento è così preso da quello che fa che sembra assente. Le labbra morbide contornate da baffi e pizzetto radi. La fronte appena corrugata. I lunghi capelli che scendono sulle spalle larghe. La mano esperta, dalle dita lunghe, che stringe la matita e traccia segni che non riesco a vedere. Mi sento bene in questo luogo eppure in leggera soggezione.
-“Rilassati”, mi dice.
-“Credo che questo sia il massimo di rilassatezza che riesco ad avere”.
Sorride. Lupin s’è addormentato. Tengo la mano posata sul suo manto grigio e morbido.
-”Bene, per oggi può bastare. Ho sufficientemente tracciato per farne uno studio”.
Mi alzo. Dev’essere passato molto tempo, perché fuori le ombre si sono allungate e il sole va spegnendosi. Lupin, nel trambusto d’esser spostato s’è svegliato. Si tira la schiena; scende dal divano e va a bere nella sua ciotola.
Mi avvio verso l’uscita. Mistral m’accompagna:
-“Allora a lunedì”.
-“Si… a lunedì”.
Mi giro per allungargli la mano e salutarlo. Lui me la stringe e intanto mi guarda intensamente. Quando mi guarda a quel modo mi sento a disagio.
-“Ciao”, ed esco scendendo le scale quasi di corsa.
C’era fresco nella sua casa, ora che sono in strada sento il calore di questa giornata. Fra le vie, la solita folla vociante e frettolosa di sempre.
Notte. Non riesco a dormire, continuo a girarmi e rigirarmi nel letto. Nella mente, Mistral. Ripenso al pomeriggio, ma ho impresso nella memoria il suo sguardo profondo e inquietante. Valuto se è il caso che disdica il lunedì e trovi scuse per non tornare da lui. Perché? Ho paura? No, non è un uomo che mi fa paura. Dunque? Non so. Non so davvero: è una sensazione poco chiara che avverto quando mi guarda come questa sera. Come di un uomo che ha nell’anima un segreto che pesa.
Ma ora voglio solo dormire…solo dormire….solo dormire…

CAPITOLO III
Sono a scuola con i miei alunni, ma sono mentalmente assente, mentre loro stanno eseguendo un compito che li terrà impegnati per un po’.
Alle 12,30 il suono della campanella, seguito da vociare dei bambini, mi riporta al presente.
A casa, gesti rituali: taglio l’insalata, accendo il fornello, apro il frigorifero, sbuccio una pesca. Mi stendo un poco sul divano e tento di rilassarmi, perché sono un po’ agitata. In questo momento penso a Lupin e al suo morbido pelo. A Lupin, penso, invece di pensare a Mistral.
Dall’armadio tolgo un abito sottoveste dalle tonalità chiare. Le due e venti. Chiudo la porta e scendo le scale. Madame Raisin socchiude la porta: è più forte di lei curiosare. All’inizio questo comportamento mi infastidiva; ora mi fa sorridere.
Sono in Rue Mirabeau. Controllo l’ora 14,50. Suono. Nulla. Suono ancora. Niente. Mi attacco al campanello e risuono. Nessuna risposta. Il portone è socchiuso. Entro e salgo. Arrivo al pianerottolo. Suono. Suono ripetutamente. Silenzio assoluto. Possibile che mi abbia tirato un bidone? Ah!, questi artisti! Non demordo e busso. Sotto al colpo delle mie nocche la porta, che evidentemente non era chiusa bene, si apre. Entro piano.
-“Permesso?”..
Mi giro attorno e vedo il caos totale. Sembra che nell’appartamento sia passato un tornado. Sono lì, attonita, quando avverto qualcosa alle gambe. E’ Lupin.
Sono combattuta. Non so se avanzare. Non so che cercare. Non so se sia il caso di chiamare la gendarmerie. Decido di dare uno sguardo in giro, senza toccare nulla. Entro nello studio: tubetti di colore sparsi sul pavimento, i quadri stracciati e imbrattati, olio di lino che cola dal tavolino e odore di essenza di trementina. In cucina, la parete imbrattata dal colore rosso che cola, come gocce di sangue. Passo nella camera da letto. La poltrona è rovesciata. Da fianco al letto spunta un braccio e una mano che pare di cera. M’avvicino e vedo che giace, col volto tumefatto, Mistral. Controllo se c’è battito. Si. Con passo felpato, Lupin s’avvicina a Mistral e comincia a leccargli la mano. Un lieve movimento. Poi, un altro.
Mi chino: -“Mistral, mi senti? Sono io, Veronique”
A fatica socchiude un occhio, l’altro è troppo gonfio.
-“Chiamo un ambulanza”.
-“No… ferma” mi intima con la voce roca e contemporaneamente allarmata.
-“Ti aiuto. Ce la fai a rialzarti?”
Appoggia a fatica le mani al mio collo. Lo sorreggo e lentamente riesce a sedersi.
-“Ancora un piccolo sforzo, così puoi stenderti sul letto”. Non so come farò: è massiccio. Sempre appoggiato a me, tenta di rialzarsi, soffocando ben più di un gemito di dolore.
-“Forse hai una costola rotta… o forse più di una”.
-“Non ti preoccupare. Ci sono abituato”.
-“Abituato a tutto questo? Ahh, belle abitudini davvero!”.
-“Non è come pensi”.
-“Sono in assoluta assenza di pensieri. Anzi, no. Ne ho così tanti che non so quale scegliere, come più probabile”.
Lo aiuto ad adagiarsi piano sul letto. Quindi vado in cucina a cercare del ghiaccio, in frigorifero vedo una bistecca e la prendo, poi in bagno a vedere se ci sono garze, cerotti e disinfettante.
Torno in camera e comincio a medicarlo. La bistecca sull’occhio gonfio, disinfetto le escoriazioni che ha sul braccio e in volto.
-“Fai vedere le costole”.
Lo visito piano per non fargli male. Benedetto il corso di pronto soccorso che mi ha fatto fare la scuola l’anno scorso. Ma, appena tocco una costola a destra, lui geme.
-“E’ rotta. Le hai prese di brutto. Chi è stato a ridurti così?”.
Si rabbuia in viso. E’ reticente.
-“Credo sarebbe meglio fare un salto al pronto soccorso, per questa costola”.
-“Non ci penso minimamente”.
-“In che razza di affare balordo sei invischiato?”
-“Stanne fuori. Non sono invischiato in niente”.
-“Allora devi dei soldi a qualcuno. Qualcuno che non ama i ritardi”.
-“Ho detto restane fuori. Niente debiti e niente che ti possa interessare”.
-“Bel caratterino! E grazie dei ringraziamenti. Credimi non è il caso. Allora, visto che non hai niente e stai bene ed è tutto sotto controllo – e poi, hai Lupin -, io ti saluto. Per il ritratto non ti preoccupare. Sei rimasto momentaneamente senza tele e senza colori, per cui la mia presenza qui è superflua. Quando starai meglio, se vorrai, passa a farmi un saluto”.
Attraverso la stanza a lunghi passi. Si sente il rumore del tacco. Sono ormai sulla soglia.
-“Ti prego, non andartene. Non ora. Non sto affatto bene. Per favore, sei l’unica a cui posso rivolgermi qui. Ti prego”.
Resto lì, sulla soglia e non so se avanzare o tornare indietro. Non so se fregarmene di questo pasticcio, perché lo so che è un pasticcio, lo sento. O se farmi parziale carico di quest’uomo di cui praticamente non so nulla. Mi volto, piano. E’ la, inerme, steso sul letto, con la bistecca sull’occhio e la camicia sbottonata. E’ incredibilmente affascinante, nonostante la circostanza e lo stato in cui si trova. Mi guarda. Implorante. Intuisco che non dev’essere facile per uno come lui chiedere aiuto.
Forse la mia si rivelerà una scelta sbagliata. Forse. Ma davvero non ho cuore a lasciarlo così.
Torno sui miei passi, avvicinandomi di nuovo al letto. Lupin che mi gironzola fra le gambe, m’accompagna.
Il giorno dopo, verso sera, ripasso in Rue Mirabeau. Mistral mi ha pregato di prendere le chiavi di casa sua, così ne ho fatto una copia. Entro e appoggio le borse della spesa. Passo in camera da letto, Mistral sta sonnecchiando, Lupin è venuto a farmi festa. Chissà, forse nella sua testolina, apprezza che ci sia qualcun altro in casa. Me lo coccolo un po’, quindi mi occupo della cena.
Ho deciso che mangerò qui stasera: non ci farà male tenerci un po’ compagnia. Affetto le carote con Lupin sul tavolo che mi osserva. Osserva ogni movimento. Forse mi tiene d’occhio. Sto lavando l’insalata e con il rumore dell’acqua che scorre, non sento i passi di Mistral, così mi spavento un po’ quando me lo trovo vicino.
-“Scusa, non volevo spaventarti”.
-“E’ che non ti ho sentito arrivare”.
-“Ho sentito trambusto e sono venuto a vedere. Che fai?”
-“Preparo qualcosa da cena. Non ti dispiace, vero, se ho deciso di cenare con te?”
-“Dovrebbe dispiacermi?”
-“Non lo so… comunque non ha importanza. Ormai ho deciso”.
Un sorriso illumina il suo viso gonfio.
-“Come stai?”
-“Un po’ meglio, grazie. Poi, la costola non è rotta. E’ stato solo un colpo meglio assestato di altri. Mi sento indolenzito, ma non ho più il dolore che avevo ieri”.
Metto la pentola sul fuoco, la carne sfrigola a contatto della superficie bollente e condisco le carote.
Nella piccola cucina l’aria s’addensa di profumo di carne arrostita.
Mi volto per prendere il sale e invece Mistral prende me. C’è un attimo in cui l’energia passa fra i nostri corpi e i nostri sguardi s’illanguidiscono. Una manciata di secondi dopo ho il sapore di Mistral sulle labbra. Si sciolgono il mio corpo e la mia bocca, mentre la carne sfrigola. E pare non ci sia luogo, né tempo in questo bacio. Poi, il ritorno:
-“Se vuoi cenare, sarà meglio togliere la carne dal fuoco, altrimenti nemmeno Lupin riuscirà a mangiarla”.
Cominciamo a consumare il nostro pasto, guardandoci, in silenzio.
-“Lo so che devo starne fuori, ma non voglio che ti succeda di nuovo. Chi sono quelli che sono venuti qui?”
-“Non posso dirtelo”.
-“Non lo dirò a nessuno, giuro!”
-“Non posso”.
-“Perché non ti fidi di me?”
-“Ti te mi fido, è solo che non voglio metterti nei guai. Sapere certe cose può essere già di per sé pericoloso”.
Abbandono. Non insisto. Mi versa un bicchiere di vino rosso. Lo guardo mentre sorseggio il vino e sento l’aroma riempirmi la bocca. Si alza, mi prende il viso fra le mani e mi bacia di nuovo. La mano lascia cadere il bicchiere e sul tavolo si spande il vino in una grande macchia.
E’ dolce e brutale assieme. Le sue mani ovunque in un vortice di bramosìa. Così, la cucina assiste a qualcosa di insolito cui non ha forse mai assistito. Con un colpo di mano Mistral fa cadere i piatti e i bicchieri e tutto quanto era sul tavolo con un rumore di cose rotte assordante e lì, sul tavolo, mi ritrovo con il suo corpo addosso.
E non mi balena nemmeno il pensiero che non era quello che desideravo.
La notte è un incessante cercarsi e prendersi finché l’alba ci trova esausti e addormentati, finalmente nella pace dei sensi.
E’ Lupin che mi sveglia, guardo l’orologio, sono le sette. Devo andare a scuola anche se non ne ho voglia. Mi trascino in bagno, quindi in cucina e preparo un caffè forte. Intanto metto qualcosa nella ciotola di Lupin che miagola affamato. Mi fa festa, riconoscente.
Cerco di radunare qualche pensiero sparso. Non è semplice radunarli alle sette di mattino, dopo una notte che s’è dormito poco. La caffettiera borbotta. Mi verso il caffè. E’ l’aroma, che mi sveglia del tutto. Mi preparo in fretta. Uno sguardo su Mistral: dorme ancora. Esco. L’aria del mattino m’investe, profumata di lavanda.
A scuola il direttore mi guarda storto. E’ di un’antipatia assoluta, col suo fare servile e pettegolo. I miei alunni mi accolgono chiassosi. Vorrei un po’ di silenzio. Oggi vorrei non dover sentire, né parlare. Vorrei un po’ di solitudine.
All’uscita mi dirigo verso la campagna. Trovo un albero e mi siedo ai suoi piedi, la schiena appoggiata al tronco. Chiudo gli occhi e respiro piano. Trovo la mia pace, così ora posso pensare; pensare a Mistral, a quanto è accaduto, tutto così in fretta.
E’ pomeriggio tardi quando ritorno. Mi fermo a comprare pane e due pezzi di pissaladiére.
-“Ciao. Mi sei mancata.” Nemmeno il tempo di dire mezza parola che mi ricopre di baci.
-“Fammi entrare, non vorrai dar scandalo qui sul pianerottolo?” rido.
Anche lui ride.
-“Hai fame?”
-“Una fame da lupi”
-“Tieni, allora” e allungo la pissaladiére.
-“Mmmm, buona. Hai avuto una bella idea”.
Poi mi prende per la vita e mi fa sedere sulle sue ginocchia.
-“Domani cominciamo il ritratto”.
-“Come vuoi”.
-“Devo fare in fretta”.
-“Perché?, che fretta c’è?”
Il suo sguardo si rabbuia improvvisamente e si fa serio.
-“Nulla. Solo che devo fare alla svelta”.
Non chiedo altro, ma so che mi sta tacendo qualcosa di importante.
-“Resteresti qui con me, stanotte?”
Lo guardo dritto negli occhi. In questo momento sembrano sconfinati. Sconfinati come il mare e profondi come l’abisso.
-“Si” rispondo con un fil di voce”. E mi chiedo se quella voce era proprio la mia.
La luce entra dagli scuri semiaperti. Ho sempre pensato che chi dipinge ha bisogno di tanta luce, invece qui siamo in penombra. Mi ha sistemato sulla sedia, in posa, e mi ha detto di stare ferma. Il silenzio incombe nella stanza. Si sente solo il rumore del carboncino che sfrega sulla tela. E’ assorto. La cosa curiosa è che io sono lì in posa e ricevo solo di tanto in tanto un’occhiata, come se avesse bisogno solo di una conferma. Deve aver letto nei miei pensieri, poiché dice:
-“Di te, ora, conosco ogni linea, ogni curva, ogni cambiamento, ogni sguardo, ogni piega della tua pelle”. E io, molto più su quella sedia che non nel suo letto, mi sento spogliata. Completamente nuda, benché vestita.
-“Forse conosci ogni centimetro quadrato della mia pelle” – sorrido – “ma non conosci null’altro di me.”
L’ho detto con poca convinzione: ogni volta che il suo sguardo si posa su di me, ed è stato così fin dal principio, sento la mia anima srotolarsi.
Mi guarda e sorride anche lui. Silenzio. In questa stanza il silenzio, diviene via via irreale. E ho la sensazione netta che questa stanza non è più qui ma altrove. Un altrove che io non conosco. Forse non mi sento bene. Ho una percezione di me diversa, e anche dell’intorno.
Ma è nel momento in cui il pennello tocca la tela per la prima pennellata di colore che avviene qualcosa di inspiegabile. Mi sento fluttuante, incorporea e come risucchiata in un vortice. E non vedo nulla, nulla di normale: solo un baluginìo di luci e colori. Tento di chiamare Mistral, di dirgli che c’è qualcosa che non va, che non mi sento bene, ma la voce non esce. Avverto la presenza di Mistral: questo mi conforta. E pur non sentendo la sua voce, mi esorta a mantenere la calma. -“Va bene, rilassati, va tutto bene”. Non riesco a rilassarmi. Quando non capisco cosa succede mi agito parecchio. A tratti vorrei urlare, mi gira la testa. Il sentirmi incorporea mi spaventa. Sto male e sto morendo. Sono i miei ultimi attimi di vita, o forse i primi della mia morte. Comincio ad essere molto spaventata. Sento un freddo esagerato.
-“Va tutto bene. Tranquilla. Ora torniamo”.
-”Torniamo?” Mi risento più pesante, più presente, la luce s’attenua, la testa si ferma. Il sangue torna a scorrere come di consueto. Io sono stanchissima. Accasciata sulla poltrona, vorrei solo dormire. E piangere. Mistral mi prende fra le braccia e le mie lacrime scorrono come non mai.
-“Scusa” – dice – “Scusa, avrei dovuto avvertirti prima. Ma non potevo: tu sei speciale”.
Ho dormito molto. Mi sento meglio. Mistral si china e mi bacia.
-“Buongiorno”.
-“ Ma quanto ho dormito?” chiedo sbadigliando.
-“Tanto, bambina”.
Mi abbraccia nuovamente. Mi sento davvero bambina fra le sue braccia. Ho un vago ricordo di quello che è successo di là, nello studio.
Mi guarda. -“E’ finito il ritratto”.
-“Già finito?”
Lo guardo. -“Mistral… cosa è successo? Cos’è stato?”
-“Non posso… non posso dirtelo. E’ meglio che tu non sappia. Solo che il quadro non potrai esporlo nelle tue stanze. Lo terrai chiuso in un baule o nell’armadio e quando lo guarderai non dovrai toccarlo mentre lo osservi.”
-“Perché, Mistral?”
-“Potrebbe ricapitarti quello che ti è successo ieri”.
-“Ma…”
-“shhh”, mi pone l’indice sul labbro in segno di silenzio. -“Fra due giorni parto”.
Parto… parto… queste parole risuonano nelle mie orecchie, scendono nel cuore…parto…parto… credo di non aver mai udito una parola così insopportabile come questa, in questo momento.
-“Resta, ti prego”
-“Devo andare. Io non ho luogo, non ho casa. La mia vita è un andare continuo. O, se preferisci, un fuggire.”
-“Da cosa stai scappando?”
-“Da loro… da quelli che hanno messo a soqquadro questa casa. Non mi lasceranno in pace. Non c’è pace per me. Sono un artista maledetto”.
E nell’anima cresce qualcosa che è rabbia e sgomento e dolore e smarrimento, cresce e vuole urlare. Ma salendo si ferma in un nodo in gola. Non escono parole, né urla.
Senza dire una parola, mi vesto. Mi avvio verso la porta con un peso nel cuore che non credo saper portare.
-“Per favore, non andartene”.
Mi giro, stravolta: -“Perché? Che senso ha restare? Forse tu resterai? Mistral, non ho mai provato con nessun altro quello che provo quando sono con te. Ho idea che sia amore, Mistral, e sto soffrendo in modo indicibile. Ma restare qui, ancora due giorni per poi vederti andare via… No, Mistral. Meglio finirla subito. Non ha senso, non ha senso che io resti ancora”.
Si avvicina, gli occhi pieni di lacrime. Non ho mai visto un uomo piangere.
Mi abbraccia forte, così forte da togliermi il respiro. Le nostre lacrime si mescolano. Baci salati di pianto, disperati. Talmente disperati che sono una necessità. E diventano fame da sfamare, rito da consumare. Scivoliamo sul tappeto, inginocchiati. Amore come muta preghiera. Le nostre labbra di baci infuocati. Fame da sfamare. Le nostre mani incapaci di arrestarsi. Fame da sfamare. I vestiti che cadono e labbra sul corpo. Fame da sfamare. Carne che si mescola. Fame da sfamare. Sarà l’ultima volta. In questo modo, con questa intensità, sarà l’ultima volta. Mi resterà fame da sfamare per sempre. Perché questa non è passione semplice, non è desiderio semplice. Questo è amore. E farei di tutto per non perderlo.
Sera. Ombre lunghe, in questo appartamento, con Lupin che gironzola silenzioso.
-“Potrei venire con te” – azzardo.
-“La mia non è vita. E’ una fuga continua. Per non parlare dei rischi”.
Poiché non so di che si tratta, fatico a comprendere.
-“Allora comincerò a fuggire anch’io. Tutto, basta che sia insieme.”
-“Ti amo, Veronique. Non ho mai incontrato l’amore prima di incontrare te. Mi pareva che quei discorsi sulle anime gemelle fossero insensati. Ora mi accorgo quanto c’era di vero.”
-“E allora, perché non affrontare i rischi insieme?”
Silenzio.
Stanca e affranta mi alzo dalla sedia e cucino qualcosa scegliendo a caso fra gli alimenti in frigorifero.
Mangiamo in silenzio. Pesa… quest’aria che ci avvolge. Opprimente. Nessuna via d’uscita. Non ho fame. Gli occhi offuscano il contenuto del piatto. Anche Mistral non ha fame e mi guarda. Vorrei pensasse che posso andare con lui. O che pensasse di fermarsi qui.
La notte scende col suo mantello oscuro. Restiamo abbracciati. Sono ore che ognuno è chiuso nei propri silenzi.
Poi, si sente una nenia lieve. Tendo l’orecchio. Mistral si irrigidisce, scende e si veste in fretta.
-“Che succede?”
-“Fai silenzio”.
-“Cos’è questa musica”.
-“shhh”
Mi alzo e mi rivesto anch’io, in fretta.
-“Ora, qualsiasi cosa avvenga, tu promettimi che starai qui in silenzio. Promettimelo. Fallo per me.”
-“Ma…”
-“Prometti…”
Leggo la paura nei suoi occhi, ma anche risolutezza, per cui non mi resta che obbedire.
-“Prometto… prometto che starò qui” – dico con poca convinzione.
Si dirige verso lo studio. Ora la nenia si sente meglio: ricorda una di quelle musiche antiche, brètoni o celtiche.
CAPITOLO IV
Lupin mi balza addosso spaventatissimo. Non capisco cosa stia succedendo. Dallo studio provengono rumori di diverso genere… dalle cose rotte, ai sibili e grida soffocate. Stringo Lupin ripetendomi che ho promesso di non andare. Non devo andare e ho una paura folle. Lupin nasconde la sua testa sotto il mio braccio. Inavvertitamente lo sto stringendo. Non devo andare, non devo…ho promesso. Ora, oltre ai rumori, provengono anche luci. Prego. Prego che tutto finisca in fretta. Prego che Mistral non venga ridotto come l’altra volta. Prego perché non posso e non so fare altro. Le luci non si vedono più. Torna il silenzio mentre la nenia si smorza a poco a poco. Vorrei andare, ora che sembra tutto finito. Ma un urlo agghiacciante mi trapassa le viscere e resto inchiodata al pavimento mentre Lupin con un balzo si nasconde sotto all’armadio.
Silenzio irreale e la paura che mi ha tolto anche il cuore. Tremante, mi avvicino lentamente alla porta dello studio e con vero terrore giro la maniglia. Credevo di trovare tutto sotto sopra e Mistral ridotto a brandelli, ma con mia sorpresa è tutto in ordine. Soltanto, Mistral non c’è più.
Resto inebetita mentre il cuore riprende il suo normale battito. Mistral… ma dov’è? E cos’è stato tutto quello che ho sentito?. Curioso un po’ per lo studio, cercando traccia di quanto è accaduto. Ripiegato in un angolo, fra fogli di giornale, il mio ritratto. Ancora lì, dove Mistral l’aveva messo quando mi aveva dato indicazioni sul come avrei dovuto fare una volta che fosse a casa mia.
Niente, nessuna traccia. Niente di niente. Prendo il ritratto sottobraccio, esco dallo studio. Ora ho solo voglia di andarmene in fretta. Recupero Lupin, a fatica, perché è ancora terrorizzato. Metto in borsa qualche scatola di croccantini e, quasi correndo, esco da questa casa.
Guardo l’orologio: ho perso la cognizione del tempo. L’alba.
Giunta a casa, accendo la lampada da tavolo e scarto il ritratto. Lo poso contro il vaso di fiori in mezzo al tavolo, mi allontano e lo guardo. Emana una luce meravigliosa. Spengo la luce. Bagliori lo attraversano. Continuo a guardarlo e più lo guardo e stringo le palpebre e più mi appare corporeo. Sembra divenire tridimensionale. Non è normale. Questo quadro, semmai avessi avuto bisogno di una conferma, non è normale. I contorni del mio viso ritratto, cominciano a deformarsi. Potrei accendere la luce, smettere di guardarlo, ma mi sento terribilmente attratta. Vorrei toccarlo per sentirne la consistenza, però ricordo le parole di Mistral. Ora il viso del quadro è diventato mostruosamente raccapricciante. Continuo ad osservare la sua evoluzione. Mi avvicino un po’. La tentazione di allungare un dito è fortissima. Lupin miagola. Allungo la mano…
Ma suona la sveglia: sono le sette. Il trillo della sveglia mi ha riportato alla realtà, come se mi fossi svegliata da un lungo sonno. Incarto il quadro e lo ripongo nell’armadio, mi preparo in fretta e metto qualcosa da mangiare nella ciotola per Lupin. Ah, Lupin! gatto amico, dove sarà Mistral?
A scuola fatico a far lezione. Oggi questi piccoli mi sembrano insopportabili. Le lancette dell’orologio pare non facciano il loro compito. A metà mattina si presenta in classe il Direttore. I ragazzini scattano in piedi appena lui mette piede in classe.
-“E’ accaduto un fatto increscioso”, il viso accigliato, la bocca chiusa anzi, serrata nonostante la voce stridula esca in modo antipatico.
-“Sarà meglio per tutti che salti fuori il colpevole”. Si, dal cappello a cilindro, penso.
-“Ieri, forse nel tardo pomeriggio, sono spariti tutti i colori, a tempera, a olio e persino gli acquerelli dal laboratorio di artistica. Per non parlare della baraonda che abbiamo trovato stamattina. Qui, qualcuno vuole fare il furbo” e stringe gli occhi fino a farli diventare due piccole fessure. Si passa la mano sulla testa calva, come sempre fa quando qualcosa gli gira male.
Fissa ad uno ad uno gli alunni. -“Bene, aspetterò fino a domani che il colpevole si presenti di sua spontanea volontà. Altrimenti…” non finisce la frase, accenna ad un saluto col capo, gira i tacchi ed esce.
-“Sedete, ragazzi. Cosa ne pensate?”
Jean prende la parola: -“Dev’essere per forza stato qualcuno di noi alunni, vero? Adulti no, vero?”
E Paul: -“Già, quando succede qualcosa la colpa viene addossata sempre ai più piccoli. E se fosse stato un bidello? O la segretaria? O addirittura un insegnante?”
Piano piano tutta la classe è in fermento e ognuno cerca di fornire la propria opinione.
Nel mentre, ricollego mentalmente quello che era capitato nello studio di Mistral. E ho come il sentore che ci sia un nesso fra i due fatti.
Ci ripenso andando a casa. Poi, decido di passare da Rue Mirabeau. Ho sempre le chiavi, quindi apro. Entro piano, silenzio attorno. Attraverso l’appartamento fino ad arrivare allo studio di Mistral. E lì, ora, regna il caos assoluto. Dev’essere passata una furia. Solo in quella stanza. Solo lì. Esco alla svelta e richiudo la porta in tutta fretta. Altrettanto in fretta m’avvio verso casa. Giro la chiave nella toppa e apro la porta; Lupin mi accoglie festoso come sempre. Lascio le imposte chiuse e ritiro fuori il quadro. Lo posiziono e ricomincio ad osservarlo. Sono convinta che la risposta alle mie curiosità siano racchiuse lì.
A poco a poco il quadro prende vita. I soliti bagliori, il solito viso che diviene tridimensionale e comincia a deformarsi. E io che entro come in una specie di trance. Anzi, più un’ipnosi. Continuo a fissare la tela. I bagliori che prima la attraversavano, ora escono dal quadro medesimo. Dapprima poco, poi numericamente di più e sempre più intensi, fino a quando mi raggiungono e mi avvolgono. Comincio a sentire internamente freddo. Intorno ho come pareti di luci colorate, come fossi in una cabina. Riesco comunque a vedere ancora quel viso deforme che riluce sempre più. Poi, resto abbagliata e per un momento non ho idea di cosa stia succedendo. I miei occhi, a fatica, riprendono a vedere. Le luci si affievoliscono fino a scomparire. Ma non sono più nel mio appartamento.

CAPITOLO V
Questa non è la mia casa. Sono in una foresta di alberi bellissimi e giganteschi. Mi prende il panico. Cosa ci faccio qui? Voglio ritornarmene a casa mia. Adesso, subito. Come fare? Sono disperata e ho una paura folle. Sento miagolare. Lupin!, amico gatto, anche tu qui? Mi conforta averlo vicino, benché io sappia che non potrà aiutarmi in alcun modo. Lo prendo in braccio. Ma si divincola e non smette di miagolare. Forse si sarà spaventato anche lui. Sta prendendo una direzione. Oh, no! Ti prego Lupin vieni qua, su, da bravo. Lo seguo, continuando a chiamarlo. Ti prego, Lupin, siamo già sufficientemente nei guai, vieni qui. Entra in una grotta. Forse avrà visto un topo, ecco perché è entrato qui dentro. C’è un buio pesto. Non riesco a vedere nulla. I miei occhi poco dopo s’abituano al buio. Mi sembra di vedere una luce fioca là in fondo. Piano, facendo attenzione per quanto possibile, m’avvicino. Davanti a me, piuttosto distante, c’è Lupin che avanza miagolando. Penso sia un bene: qualunque cosa o persona ci sia là dalla luce, vedrà Lupin per primo.
La grotta s’allarga, ora sembra d’essere in una stanza. Fa anche meno freddo. Una torcia brucia appesa al muro. Appena di lato c’è qualcosa, sembra una cassapanca. Mi accingo ad aprirla.
-“Ferma!” Io mi immobilizzo e il cuore, quello sì, si ferma per un attimo. Forse due. Mistral. Si avvicina e mi abbraccia.
-“Ti aspettavo”.
-“Mi cosa? Aspettavi? Mistral, sono felice di vederti. Oh, tu non hai nemmeno idea di quanto. Ma esigo delle spiegazioni. Adesso, le esigo.”
-“E’ una storia lunga”.
-“Figurati se non lo sapevo che era una storia lunga, ma guarda che ho così tanta pazienza da sentire tutta la storia.”
-“No, ora non abbiamo tempo. C’è qualcosa che va fatto e presto.”
-“Eh, no, mio caro. Adesso voglio sapere dove sono, cosa mi è successo, cosa ci faccio in un posto che non è casa mia e tu, tu che figuro sei, che pittore di cosa e….”
Non finisco la frase, la mia voce muore in un bacio di Mistral. Dolcissimo bacio di Mistral. Quanto mi mancava Mistral.
-“Fìdati di me.”
-“Credo non mi resti altro da fare…”
-“Vieni”
Ripercorriamo la grotta in senso inverso intanto mi fornisce delle istruzioni.
-“La cassapanca che hai visto nella grotta: bisogna entrarci e fissare l’immagine dipinta per tornare a casa. La grotta è un luogo sicuro: chi non ha un cuore puro non riesce nemmeno a vederla.”
-“Tieni queste foglie. Se ti trovi in difficoltà, mangiane una. Se resti ferita, ponila sulla ferita. Fra poco vedremo delle persone. Dovrai sostenerne lo sguardo. Non devi mai abbassarlo, ne andrebbe della tua vita. Per nessun motivo lo sguardo va abbassato… e se riesci ad essere concentrata su questo, sarebbe meglio.”
Mi mette in mano un medaglione.
-“Ora andremo da queste persone, sono alcuni rappresentanti di Nohi.: un popolo pacifico. Ci daranno un libro che hanno trovato. In quel libro dovremo cercare quel che ci interessa. Ancora non so bene, dovremo leggerlo attentamente, anche se il tempo è poco. Questo, per sconfiggere una volta per tutte una banda formata da un centinaio di individui che stanno saccheggiando, distruggendo e seminando violenza nella galassia di Yoth.”
-“Un’altra…galassia?”… ho una momentanea sensazione di malessere.
-“Si, la galassia di cui anche il pianeta dove vivo fa parte: Ihnihà”
-“Ehm… non venivi da nord?”… a dire il vero, più a nord di così…
-“Quindi, il mio ritratto ha funzionato come un… teletrasportatore?!?” chiedo sbigottita.
-“Si”.
Mi sento male, al pensiero del ritorno, con i miei atomi nuovamente scomposti. Lo guardo. Ho fatto l’amore con uno che viene da un altro mondo. E magari adesso si toglie la maschera e mi trovo davanti un omino verde gelatinoso.
-“Non ho nessuna maschera e non sono gelatinoso”, dice ridendo, in tono finto risentito.
-“Mi..mi leggi anche nel pensiero?!” e un senso di vergogna mi pervade. Mi ha letto tutti i pensieri. Da sempre.
-“Ma non vale! Sei partito in vantaggio. Sapevi bene come la pensavo su di te.”
Lo colpisco con piccoli pugni sulle braccia. Di nuovo un bacio. Ha un modo di farmi azzittire che adoro.
Procediamo velocemente, i rami scricchiolano sotto il peso dei nostri passi, a tratti il mio abito s’impiglia. I rami stanno diradandosi, la luce penetra nel bosco con maggior facilità, forse ci stiamo avvicinando ad una radura.
Mistral si ferma. Lo imito.
-“Sei pronta?, siamo arrivati”.
Lo guardo perplessa: -“Si, penso di essere pronta. Dove sono le persone che dobbiamo incontrare?”
-“Ancora una ventina di metri e ci siamo”.
Riprendiamo il cammino, più lentamente.
Ed ecco che ci appaiono dinanzi tre esseri quasi umani. La cosa sconvolgente è che hanno un solo occhio posto in mezzo alla fronte. Ricordo le parole di Mistral: devi sostenerne lo sguardo. E’ difficoltoso, all’inizio, concentrarsi e sostenere lo sguardo di quell’unico occhio indagatore. Ma ci metto la mia buona volontà in quei circa quattro minuti in cui quegli esseri mi fissano. Evidentemente soddisfatti si rivolgono a Mistral in una lingua a me sconosciuta. Impossibile capire cosa stiano dicendosi. Quindi, quello che pare essere il capo, porge a Mistral un grosso libro rilegato in cuoio con una incisione al centro che riporta la lettera “A”. Mi rifissano e io risostengo lo sguardo. Intimamente li saluto. Si voltano, fanno tre passi e non ci sono più… svaniti.
La voce di Mistral mi riporta alla realtà. Come suona strana questa parola. Realtà… quale? In quale realtà mi trovo?
-“Vieni, cominciamo a sfogliare questo libro.”
Mi avvicino a quel libro dall’aria così vecchia e importante. Mistral comincia a sfogliarlo ma, appena lo ha aperto, s’alza una nuvoletta di polvere. Soffio per disperderla. La nuvoletta si sposta e in quel punto, in quell’istante, piove. Appare evidente che ci troviamo di fronte ad un libro non comune. E io penso che, finché si tratta di una nuvoletta, le cose non sono complicate, ma non vorrei che avanzando fra le pagine…non oso formulare altro pensiero mentre Mistral continua a sfogliare. In sequenza ne escono, pagina dopo pagina, un fulmine, un gatto, fumo, bollori, una zucca, una melodia, uno starnuto, borotalco, un’allodola, un pesce, un gufo.
-“Mistral, questo è un libro che ci da cose… le più disparate. Noi, cosa stiamo cercando?”
-“Non lo so”
-“Aspetta, aspetta. Se non lo sai, rischiamo di ammucchiare qui tante di quelle cose che nemmeno tu immagini. Forse dovremmo chiedergli qualcosa, non credi?”
-“Pensi che capisca?”
-“Non lo so…però varrebbe la pena tentare.”
-“Si. Però non so che chiedergli.”
-“Proviamo a formulare una domanda precisa”
-“Precisa per sgominare la banda?”
-“Perché no?”
-“Libro, forniscimi la chiave per sconfiggere la banda degli esseri ribelli”
Il libro comincia ad autosfogliarsi fino ad “eruttare” una chiave.
Mistral e io ci guardiamo.
“Dunque, il libro comprende! Però credo dovremo formulare meglio la domanda”.
Mi balena un’idea. Chissà se questo è un libro che parla, anche…
-“Libro, dimmi, mi capisci?”
Volano le pagine ed esce, fluttuante nell’aria, un “SI”.
-“Libro, dimmi, di cosa abbiamo bisogno per sconfiggere la banda degli esseri ribelli”?
Di nuovo scompaginamento di fogli, ed ecco la risposta “HAI BISOGNO DI JOR”
-“Libro, dimmi, come faccio a far venire qui questo Jor?”
frrrrrrrrr….. “CHIAMA IL DRAGO JOR”
-“Drago Jor!”
frrrrrrrr…. In una nuvola di fumo di dimensioni gigantesche appare un enorme drago verde. Non so Mistral, ma io ho una paura tremenda.
-“Vai avanti, svelta”
-“Drago Jor, dobbiamo sconfiggere la banda degli esseri ribelli e abbiamo bisogno del tuo aiuto”
Con una specie di voce, che sembra più un rantolo, il drago Jor chiede:
-“Dove sono?”
E’ Mistral a rispondere: -“Nella galassia di Yoth. Hanno minacciato d’avere un piano per distruggere tutta la galassia se non ne diverranno loro i signori e padroni. Hanno già cominciato a distruggere città e a seminare violenza.”
Tra i fumi che si levano dalle narici del drago Jor, si intravedono i suoi occhi di fuoco e i denti aguzzi.
-“Chi mi assicura che tu sostieni il vero e che sei un uomo di pace?” chiede a Mistral. Conosci la grotta di Almor?”
-“Si”
-“Tu sai, che solo chi ha un cuore puro riesce a vederla per entrarvi”
-“Bene, se credi, andiamo là, così potrai constatare con i tuoi occhi ed accertarti della mia buona fede.”
-“Andiamo”
Con il libro sottobraccio percorriamo all’inverso il sentiero nel bosco, con Jor al seguito. Ad ogni suo passo il bosco trema e gli animali fuggono.
Giunti nei pressi della grotta di Almor, sia Mistral che io entriamo. Quindi usciamo di nuovo. Jor è soddisfatto.
-“Bene, vedo con piacere che i vostri sono cuori puri. Andrò a Yoth e annienterò i ribelli. Che la pace regni ovunque.”
-“Grazie Drago Jor”
-“Dovrete attendere il mio ritorno: ho bisogno di voi per ritornare nel Grande Libro, al termine della mia missione. Restate al sicuro nella grotta di Almor. E’ necessario che anche il Grande Libro resti al sicuro, quindi per nessun motivo vi allontanerete da qui.”
Ci sediamo per terra, con la schiena contro la nuda roccia.
-“Quanto dovremo restare qui?”
-“Non lo so, piccola.”
Mi abbraccia, protettivo. Le sue labbra lievi sui capelli.
-“Mistral…”
-“Si?”
-“Cosa succederà, quando questa missione sarà finita?”
Resta in silenzio; lo sguardo vaga sulle pareti della grotta. Mi abbraccia più forte. Un bacio. Un altro. Mi sento rimescolare le viscere. E diviene urgente passione da consumare. Disperatamente. Come fosse l’ultima volta. L’ultima volta le sue mani sul mio corpo. L’ultima volta le sue labbra. L’ultima volta i gemiti e i fremiti. Mai più così. Nulla sarà più come prima. Né come prima del prima. Ho freddo. Mi stringe.

CAPITOLO VI
Il tempo scorre e noi siamo ancora in questa caverna, abbracciati. Assaporo ogni attimo, perché so che non ci sarà molto altro tempo per noi. Per sfamarci chiediamo frutta al libro. Sto sbucciando un’arancia quando la terra trema. Jor è di ritorno. Usciamo dalla grotta di Almor.
-”Ho sconfitto la banda dei ribelli; ora non c’è più nulla da temere. I popoli della galassia di Yoth possono continuare a vivere serenamente.”
-“Grazie Jor. Te ne siamo riconoscenti.”
-“Fatemi tornare nel Libro”
-“Cosa dobbiamo fare?”, chiede Mistral.
-“Dovrete dirgli: Riprendi il Drago Jor”
Mistral col libro fra le mani, con voce ferma e solenne ripete:
-“Grande Libro, riprendi il Drago Jor”.
Jor si smaterializza, diviene un fascio di luce verde e viene risucchiato dal Grande Libro.
Quindi andiamo di nuovo nel punto di contatto con i rappresentanti del popolo di Nohi. Poco dopo arrivano, così come erano venuti prima. Mistral consegna loro il Grande Libro. Si scambiano parole sconosciute. Poi svaniscono nel nulla.
Torniamo alla grotta di Almor. Mistral mi guarda. Anche io. Non so leggere nel pensiero, ma so cosa sta per dirmi e io per una volta vorrei non sentire.
-“Vieni con me, Mistral”, imploro.
-“Non posso venire con te. Qui ho una carica importante. Resta tu qui, con me.”
-“E’ troppo grande per me questo Mondo. Troppe cose a cui non sono preparata.”
Mi sento lacerare dal desiderio di rimanere, ma sono cosciente che qui nulla è alla mia portata. Nei nostri occhi solo tristezza. Ho sempre odiato gli addii. Fanno male al cuore. Si avvicina. Un bacio. L’ultimo. Una lacrima sul mio viso. Una sul suo. Entro nella cassapanca e comincio a fissare l’immagine dipinta, ma l’urlo di Mistral mi distoglie dalla concentrazione necessaria.
-“Noooooo.” Lo guardo incredula, avvicinarsi e sollevarmi di peso dalla cassapanca.
-“Non ti lascerò andar via. Non posso.” Mi bacia e mi accarezza il viso. -“Ti amo troppo per lasciarti andare. Non voglio perderti. In tutta la galassia non ho trovato un amore degno di tale nome”.
-“Aspetta qualche giorno. Sistemo alcune cose e se l’unico modo per stare con te è vivere sulla Terra, allora lì vivrò”.
Qualche giorno qui. Non sarà poi così terribile, penso. Lupin ai piedi della cassapanca, miagola.
Esco dalla grotta di Almor in braccio a Mistral. Parla ed è felice, traspare dai suoi occhi tutta la felicità. E sono immensamente felice anch’io. Mi posa.
-“Vieni. Voglio farti vedere qualcosa.”
Ma dopo alcuni passi, un raggio verde lo colpisce e lui cade a terra.
Non capisco cosa sia successo, mi vengono a mente i film di fantascienza. Ho paura.
-“Mistal”, ma lui non risponde. Richiamo a me tutta la forza di cui posso essere capace e lo prendo per le spalle trascinandolo verso la grotta, unico rifugio. Pesa molto questo uomo-alieno di cui mi sono innamorata. Con uno sforzo immane riesco ad arrivare all’interno di Almor.
-“Per l’amor di Dio, Mistral, rispondimi”
Solo ora noto che la camicia è sporca di sangue, più o meno sotto la clavicola.
Hanno sangue come il nostro? E come si curano? Come noi? Sono in preda alla disperazione e non so cosa sia meglio fare, ma qualunque sia la mia decisione, devo farlo in fretta.
Rapidamente valuto: qui non conosco nessuno. Non so nemmeno se mi capirebbero. Non so dove andare. Non so chi sono i nemici e gli amici. Decisione presa. Con uno sforzo sovrumano riesco a mettere Mistral nella cassapanca. Lo abbraccio forte e chiamo Lupin. Poi, comincio a fissare l’immagine nella cassapanca. Pazientemente attendo che i miei atomi si scompongano e prego di ritrovarmi a casa. Nella mia casa. O in quella di Mistral.
Dopo un tempo relativamente breve e uno scombussolamento non indifferente mi ritrovo a casa stesa sul pavimento. Fra le braccia ho ancora Mistral.
Prendo alcune coperte e un cuscino. Poi gli sfilo la camicia. Un forellino da cui sgorga sangue macchia la sua pelle. I bordi sono bruciacchiati. Corro a prendere qualcosa per medicarlo. A dire il vero ci vorrebbero tre punti di sutura. Quand’ecco, mi ricordo solo ora delle foglie che mi aveva dato Mistral. Potevo evitare la scomposizione degli atomi se me ne fossi ricordata prima. Tutto sommato, qui sono a casa mia, e mi sento meglio. Oh, si! molto meglio.
Come si useranno queste foglie? Fossi un indiano nativo d’America, le masticherei. Ma preferisco vedere se funzionano anche così. Ne prendo una e la poso sulla ferita di Mistral. E’ ancora in uno stato incosciente. Prendo un’altra foglia e gliela stendo sulla fronte. Controllo la ferita. Ancora come prima. Così mastico e applico la poltiglia che ne risulta. Sono un po’ amarognole, comunque non disgustose, anche se dure. Mi chiedo se gli devo fare una specie di infuso e cercare di farglielo bere. E’ che non conoscendone l’uso non vorrei aggravare la situazione. Attendo pazientemente. La ferita ora non sanguina più e mi sembra anche si sia ridotta.
Mi pare di vedere un movimento sottopalpebrale.
Poco dopo Mistral riapre gli occhi.
E’ stordito. Non mi riconosce. Non sa dove si trova. Non ricorda cosa è successo. Non ricorda chi è. E’ tremendo. Vorrei dormisse e si risvegliasse ricordando tutto; forse si tratta di un amnesia momentanea. Cerco di spiegargli. Mi guarda inebetito. Cosa gli hanno fatto? Cos’era quel raggio verde? Lo tranquillizzo, a fatica. Vorrei che qualcuno tranquillizzasse me. Lupin gli si avvicina. Gli lecca una mano. Mistral è pallido e debolissimo. Poco dopo s’addormenta. Prendo un paio di foglie e vado a fare una tè.
Più tardi Mistral si sveglia, gli porgo un po’ di infuso che sorseggia lentamente. Un raggio di sole entra obliquo dalla finestra. Tengo una pezzuola fredda sulla sua fronte. Nella stanza regna il silenzio. Preferisco che sia lui a dire qualcosa per primo, non lo voglio forzare, così mi limito a fargli da infermiera per quel che posso.
Passano due giorni interminabili, senza che nulla cambi.
All’alba del terzo giorno Mistral mi chiama. Sono colma di felicità: finalmente qualche ricordo riaffiora dalla sua mente annebbiata.
Si sente complessivamente meglio e mi chiede di raccontargli bene quel che è accaduto, poiché lui ricorda solo qualche flash. Mentre spiego, cerco di non tralasciare particolari che forse gli possono essere utili.
-”Mistral, cos’era quel raggio verde che ti ha colpito?”
-“E’ il raggio di un’arma usata dalle mie parti. Il punto è: chi è stato a colpirmi?”
-“Hai nemici?”
-“Non molti, ma…si, qualcuno c’è. D’altra parte nella mia posizione è più facile avere nemici piuttosto che amici.”
-“E ora che farai?”
-“Piccola, vieni qui”. Mi abbraccia.-“Per ora sto qui con te e mi rimetto in forze. Poi vedremo”.
Poi vedremo. Si. Intanto ora è qui. E sono follemente felice.

CAPITOLO VII
Il giorno dopo partiamo per la Camargue. Desidero che veda quella zona selvaggia. La natura in tutta la sua bellezza; pascolano cavalli allo stato brado, qualche carovana di zingari.
Passeggiamo fra i campi. Mistral mi cinge la vita e io cingo la sua, con il pollice aggrappato al passante dei suoi jeans.
Ho tolto i sandali e cammino a piedi nudi. Adoro sentire l’erba sotto ai piedi; la sensazione di appartenere veramente alla terra. Il profumo muschiato di questa natura selvaggia ci avvolge. Mentre camminiamo le nostre anche si nuovo all’unisono e sembrano incollate. Ci sediamo ammirando rapiti due cavalli al galoppo, le criniere al vento, i muscoli tesi ben visibili nello sforzo.
Mistral si volta, i suoi occhi mi scrutano. I miei occhi persi nei suoi. Piano si china e posa un bacio nell’incavo del mio collo. Un altro. Sfiora le mie labbra.
-“Oh, Mistral”, sussurro “non fare così. Lo sai dopo come va a finire”.
Sorride divertito. -“Si, lo so come va a finire”, e mi spinge a terra. Il cielo sopra noi. Il profumo della terra. Le sue abili mani sfilano i bottoni dalle asole della camiciola. I suoi baci si fanno ardenti. La mia pelle brucia. La passione si consuma sotto a questo cielo azzurro, sulla nuda terra. Come animali selvaggi i nostri respiri si fanno gemiti mentre le mani cercano con urgenza carne da sacrificare all’amore.

CAPITOLO VII
Abbiamo vissuto giorni pieni bevendo dalla coppa dell’amore. Una bella mattina di primavera, svegliata dai raggi del sole che entrano dalle persiane, mi giro su un fianco per abbracciare Mistral, ma la mano non sente il suo corpo. Mi stropiccio gli occhi prima di lasciare che la luce li offenda. Mi alzo, stirandomi il corpo nudo e mi avvio in cucina. “Mistral?” chiamo. Ma non ricevo risposta. Mistral non è in cucina, non è in bagno. Non è nelle altre stanze. Penso che probabilmente sarà uscito. Indosso la vestaglia e mi preparo la colazione e riempio la ciotola di Lupin che, dopo qualche minuto, arriva affamato e soddisfatto nel vedere che il suo pasto è già pronto. Mentre sorseggio il caffè, non so perchè, sono colta da una sottile ansia. Per scacciarla accendo la radio, faccio una doccia e mi vesto. Spalanco le persiane e le finestre: l’aria sa di buono e il sole invade la casa. Esco a fare spese e, dopo essere tornata, comincio a cucinare. Oggi voglio preparare qualcosa di prelibato.
A mezzogiorno Mistral ancora non si vede. La sottile ansia del mattino si tramuta in qualcosa che somiglia più a un malessere. Le due del pomeriggio e ancora non è rincasato. Nel pomeriggio l’ansia non riesco più a trattenerla, mi sta divorando. Esco per distrarmi, anche se non serve a molto. La sera, rientrando, trovo ancora la tavola apparecchiata e i cibi, intatti, ormai divenuti freddi. Di Mistral non c’è traccia. Sono disperata. Entro nella stanza dove c’è il telefono per chiamare la gendarmeria e il pronto soccorso. Sollevo il ricevitore. Prima di comporre il numero l’occhio cade sul quadro di Mistral. E un pensiero si fa strada. Mi avvicino. Nel farlo, noto un biglietto a terra, ripiegato. Mi chino e lo raccolgo. Lo tengo fra le mani un pò prima d’aprirlo. Ho timore di quello che posso leggere. E finalmente lo apro:
Mia delizia,
con te ho conosciuto l’ Amore, quello vero, quello che si attende per una vita intera. Non volermene, ma non avrei potuto dirti addio guardandoti negli occhi, nè volevo che tu mi vedessi piangere. Non posso restare, mio amore dolcissimo. Lì hai il quadro: se vorrai raggiungermi, sai come fare. Ma non mi sento di chiederti di lasciare il tuo mondo per venire nel mio, così diverso. Non amerò mai nessun’altra con l’intensità con cui ho amato te, nè con la stessa dolcezza..
Ti amo con tutta l’anima, Veronique…
Mistral
Avevo gli occhi pieni di lacrime che ormai non riuscivo nemmeno più a distinguere le righe. E quelle lacrime, dapprima scese silenziosamente sulle gote, si sono tramutate in un sommesso singhiozzo. Alla fine, erano un pianto disperato e intrattenibile. Lupin, seduto ai miei piedi, quasi affranto egli stesso, mi guardava interrogativamente. Fra i singhiozzi gli dissi: -”Se n’è andato. Non tornerà mai più.” Lo prendo in braccio e lo accarezzo, farlo mi da un pò di quiete. Mi addormento così, sul divano, con Lupin accanto, in un sonno agitato e mai profondo.

CAPITOLO VIII
La mattina dopo mi sveglio con tutte le membra indolenzite. Mi trascino in cucina. Passando davanti allo specchio vedo la mia maschera di mascara colato e occhiaie, così dirotto per il bagno a porre rimedio ad un viso distrutto. Distrutto come il mio cuore. Con la lucidità che solo il mattino sa dare, penso che sapevo che questo momento sarebbe arrivato. Solo, non pensavo così presto. Raggiungerlo… no, non lo avrei mai potuto raggiungere, era fuori discussione. Il suo mondo è troppo diverso dal mio, troppo per potersi adattare. Vado nella stanza del quadro, lo prendo e lo avvolgo in una carta da pacchi, chiudendolo con ripetuti giri di corda e quindi lo ripongo nell’armadio. Forse sarebbe meglio distruggerlo? Non lo so, ma al momento preferisco tenerlo. Davanti ad una tazza di caffè fumante, penso ai nostri giorni trascorsi. Avrò il bel ricordo d’aver vissuto intensamente questo tempo con lui, d’aver provato cos’è l’Amore. Non capita a tutti. Mi preparo per uscire, indossando un abito leggero. Fuori l’aria non ha ancora l’aroma intenso della lavanda.
Alla sera, sul terrazzo, guardo il cielo puntinato di stelle. Luci di aerei nelle loro traiettorie. Soffia il vento. Non forte, ma freddo. Qui lo chiamano il vento francese.E’ il maestrale.
Mistral.
f i n e



