
L’acqua di Luca
La domenica andavamo a pescare, ma era un pretesto per fare qualcosa in compagnia ed ammazzare ore che, altrimenti, sarebbero state noiose. Io non sono mai stato molto bravo con gli ami e ho sempre provato un certo ribrezzo quando c’era da slamare il malcapitato pesce.
Luca, invece, è sempre stato un asso e non si fermava davanti a nulla: era quello che saltava sui sassi, anche quelli malfermi, anche dove la corrente era più forte.
Poi, c’era Mario. Il più paziente di tutti, stava immobile, quasi un tutt’uno con la canna da pesca e con la lenza. Mario riusciva a riempire il cestino dei pesci prima degli altri. Non ho mai ben capito perché, anche quando mi posizionavo vicino a lui, i pesci preferivano il suo amo.
E, infine, Luigi che non riusciva mai a stare zitto e che schivavamo come la peste perché, con il suo chiacchierare, le nostre prede fuggivano. Più lo si incitava al silenzio, più vociava. Inutile dire che il suo carniere era il più vuoto, ma non gliene è mai importato niente!
Era ottobre, e l’aria fresca era diventata un po’ pesante nel primo pomeriggio, quasi afosa. Saltando di sasso in sasso ci eravamo spostati più in alto, dove si ritrovava l’aria più fresca. Luca era avanti a tutti: sembrava un capriolo inquieto. Avanti così tanto che nemmeno lo si vedeva più. Ad un certo punto sentimmo un rumore di sassi e d’acqua. Pensammo fosse scivolato. Questione di un attimo e sentimmo il suo grido d’aiuto. Ci affrettammo a salire, incespicando più volte, usando le mani per non perdere l’equilibrio. Proseguivamo con il fiato corto, cominciando a sbirciare fra i sassi in acqua, quando lo vedemmo passarci accanto sbattuto dalla corrente che in quel punto era molto forte. Luca non gridava più. Lo chiamammo con quanta voce avevamo in corpo e poiché stava scendendo a valle, noi giù di corsa per quella riva fatta di pietre. Quando fummo giù, il suo corpo senza vita galleggiava nel bozzo. L’acqua del fiume si era tinta di rosso. Noi non avevamo più voce e stavamo immobili, disperati, con gli occhi offuscati dalle lacrime.
Il corpo esanime di Luca fu trascinato a riva con fatica.
Adele abita nell’ultima casa del paese. E’ vedova e da vent’anni vive sola. E’ una di quelle donne che non danno confidenza e se può appena ti schiva e non ti guarda mai negli occhi. Né riesci mai a vederle i suoi sempre abbassati.
In paese, quelli che l’hanno conosciuta, dicono che prima della morte di suo marito fosse molto diversa: gioviale, aveva un sorriso e una parola gentile per tutti e spesso stava nella piazza a chiacchierare con le altre donne. Suo marito era morto annegato nel fiume, una domenica, mentre stava pescando con i suoi amici.
La erano andata a chiamare: “Corri, corri… tuo marito…” e non avevano finito la frase. Lei, in quel mentre, stava cucinandogli una torta per quando sarebbe tornato. Mollò tutto e corse via, verso il fiume, con il cuore in gola e la paura che le montava su per le gambe. Mentre correva aveva notato l’acqua rossa. Arrivata nei pressi del bozzo, aveva visto il corpo senza vita di Luca giacere a riva; il suo viso una maschera sfigurata e sanguinante. Si inginocchiò al suo fianco, accarezzandogli la testa e chiamandolo per nome, mentre singhiozzava.
Qualcuno la prese per le spalle cercando di portarla via da quello strazio. Lei lanciò un urlo di dolore così forte che ancora adesso pare di udirlo fra le fronde degli alberi.
Ci vollero alcuni giorni perché l’acqua, scorrendo, cancellasse le tracce di quell’immenso dramma.
Da allora è morta anche Adele.
E maledice il fiume.
Siamo rimasti tutti segnati da quella tragedia capitata in gioventù.
Luigi, appena ha potuto, si è trasferito in città. Tornava nei fine settimana per stare con i suoi che si erano fatti anziani e perché, bene o male, questa terra lo ha visto nascere.
“Sai, – mi diceva – sarà incredibile, ma mi manca la musica dell’acqua. Là in città ha un suono così diverso che mi è perfino insopportabile”.
Dopo quindici anni non ne ha potuto più ed è tornato. Con sua moglie ha messo su un agriturismo. I primi anni sono stati faticosi, ma ora è ben avviato e ha sempre ospiti: è contento perché può parlare con loro quanto vuole e non manca mai di portarli a fare un giro al fiume . E racconta di Luca. Ha trovato il modo per farlo rivivere. Almeno nella memoria.
Mario non si è più ripreso, forse per il suo carattere, già così poco combattivo. E’ sprofondato in una depressione e nonostante le continue cure e le sedute dallo psicologo, non è riuscito a superare il trauma. Spesso lo vedo che va al cimitero. Una volta ci sono andato anche io, poco dopo che l’ho visto passare. Era là, sulla tomba di Luca. Per un po’ ha pregato e poi ha cominciato a parlargli.
Mario lo si vede in giro per le strade del paese, con lo sguardo perso nel vuoto e quando gli rivolgi la parola non è detto che tu riceva un saluto o una risposta.
Io passo molto tempo sulle rive del fiume a interrogarmi sul senso della vita e della morte. Le risposte che mi arrivano sono sommarie, mai esaustive, cosicché le domande vengono riproposte, in attesa della risposta che potrebbe essere quella giusta, quella che acquieterà il mio cuore.
Spesso metto le mani nell’acqua, anche in pieno inverno: è gelida. Penso a quello che può aver provato Luca negli istanti prima della sua morte.
Ma un velo di lacrime mi scende sugli occhi. Allora torno a casa, a riscaldarmi nell’abbraccio di mia moglie.
E il fiume scorre, da millenni. Ma per me conta il suo scorrere da vent’anni a questa parte. Lo guardo e mi chiedo quanto sarà rimasto ignaro della tragedia di Luca.
Ho letto da qualche parte che l’acqua ha una memoria. Allora, da qualche parte, in quell’acqua si sarà impresso quel giorno infame.
Piove. Ho allungato la mano a tenere nel palmo le gocce.
Sono rosse, oggi.




La memoria dell’acqua scorre nelle gocce che si susseguono incessanti nel loro spazio…senza tempo…
…un racconto che tocca corde profonde…
ti abbarccio
Non so se l’acqua imprime ricordi, nè se ci si rende conto del momento del passaggio… certo però è che sai descrivere sentimenti ed emozioni con una semplicità che colpisce.
Un sorriso
Black